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domenica 25 ottobre 2015

Estratto: La magica terra di Slupp, Antonia Romagnoli

Titolo: La magica terra di Slupp
Autore: Antonia Romagnoli
Link d'acquisto: Amazon 

Primo capitolo 
Gli apprendisti





Momento pubblicità

Questo romanzo è offerto da
Le Croccolose
Unghie di drago al cioccolato.
Provale col latte o da sole, croccanti e scrocchianti.
Sono buone e fanno bene!

Ora cominciamo.



La magica Terra di Slupp era nota per gli ottimi vini e per il clima mite delle sue coste sabbiose. Possedeva un numero sufficiente di alte montagne innevate, di cittadine e suggestivi villaggi che erano piccoli capolavori di arte turistica. Insomma, un posto perfetto dove trascorrere le vacanze.
  Meno nota di tutte le attrattive naturali e artistiche era, invece, la scuola di magia che aveva sede nella capitale, Falconia. In essa erano raccolti, da ogni landa sluppiana, tutti i giovani e promettenti Eletti dal Dono® che ivi apprendevano l’arte della plasmatura degli elementi.
  La scuola era frequentata, ai tempi della nostra storia, da una dozzina di apprendisti maghi, ciascuno dei quali si era contraddistinto per attitudini e capacità diverse, ed era stato selezionato dai Cercatori Reali che in incognito, girando per la regione, avevano il compito di reperire potenziali Eletti per mantenere viva la tradizione della magia.
Morlok era un addestratore di draghi e aveva la capacità di comunicare con essi; Kya faceva profezie; Edluc poteva cambiare forma e trasformarsi in terra e in vento, Fradan aveva il potere di comandare i rettili, Marlab e Fabien, fratelli di sangue e d’armi, sapevano creare immagini e renderle reali. Poi c’erano Fedy e Clah, che interpretavano le stelle, Fator e Janì che con la penna creavano incanti, Sherit che conosceva l’arte delle pozioni, e infine Elbys, che era Maestro di numeri e della misteriosa lingua bradléy.
  Tutti conducevano una vita ritirata tra le mura della scuola, persino tra di loro si incontravano di rado: erano i loro insegnanti ad addestrarli personalmente e, di solito per comunicare, i giovani usavano un contatto mentale imparato nei primi tempi dell’istruzione, una magia chiamata Netrint.
  La domanda che ci sorge spontanea è: cosa ci importa di tutti costoro? Ricorderemo mai i loro nomi e le loro arti?
  La risposta, mio caro lettore, è no. Per quanto ti abbia facilitato, utilizzando i nomi abbreviati e non il casato per intero, di questi apprendisti poco ci importa, perché la storia che vi sto per raccontare riguarda una spada che, ovviamente, nessuno di loro possiede.
  La spada protagonista della storia si chiama Albin Taran Bilah Comah Geran Katalbabes, forgiata dai nani, dagli orchi, dagli elfi, dalle fate e dai giganti della cooperativa Fabbri Riuniti, all’alba dei tempi. I suoi poteri erano immensi quanto immenso era il suo nome, di cui ti ho riportato solo una parte per non confonderti troppo, ed era stata creata senza scopo alcuno, solo per dare lustro alla cooperativa.
  Esattamente quali fossero i poteri della spada nessuno lo sapeva: poteva tagliare, questo era sicuro, e qualcuno (sempre all’alba dei tempi), aveva provato a usare l’elsa per rompere il guscio delle noci. Ma il resto era mistero e leggenda.
  All’inizio della nostra storia, nella Terra di Slupp comparve un cattivo soggetto che voleva a tutti i costi la spada, sperando di trovare in essa utilità maggiore che quella di schiaccianoci, e per averla decise di essere disposto a fare stragi, incendiare villaggi e trasformare il re in un cappello.
  Chi fosse questo cattivo soggetto era un enigma per tutti, anche perché di lui nessuno si occupò finché non ebbe trasformato il re in un berretto: alle stragi e agli incendi la popolazione era abituata, ma a un sovrano di stoffa no, e così, dopo aver compreso che il re non era più in grado di concedere udienza, qualcuno molto saggio e barbuto si rivolse alla scuola di magia per domandar soccorso e soluzioni.
  Kya una mattina si svegliò in preda a una terribile ansia e richiamò l’attenzione di tutti gli apprendisti, correndo nella sala da pranzo urlando.
  Gli altri stavano facendo colazione con le Croccolose, un piatto tipico della Terra di Slupp: unghie di drago ricoperte di cioccolato, da mangiare col latte e una spruzzatina di caffè.
  Kya entrò affannata, rompendo il silenzio sgranocchiante del gruppetto.
  «Sta per succedere qualcosa di terribile» ansimò.
  Nessuno alzò la testa dalla sua ciotolina.
  «Sta per succedere qualcosa di terribile» ripeté lei.
  Fradan sbuffò. «Stiamo mangiando. Ce lo puoi dire dopo?» rispose.
  Kya accorse al tavolo e scosse Edluc per le spalle. «Almeno tu, ascoltami! È qualcosa di terribile!»
  Edluc, però, stava giocando con la sorpresa della scatola di Croccolose che aveva vinto alla morra.
  «Senti, perché non ti siedi e fai colazione? Poi mi racconti, OK?»
  Kya si afflosciò sulla panca di legno, guardando disgustata l’amico che giocava col pugnale appena conquistato.
  «Io davvero non capisco: ogni volta che ho una premonizione non mi credete e non mi ascoltate. Eppure non ne ho mai sbagliata una.»
  Edluc alzò gli occhi al cielo. «Kya, fai una premonizione tutte le mattine. Lunedì scorso hai predetto che la lattaia avrebbe cambiato taglio di capelli, martedì che al panettiere si sarebbe bucata una gomma della bici, ieri che le rose del vicino avrebbero preso non so quale parassita… e ogni volta hai cominciato a gridare alla sciagura. Cosa c’è oggi di terribile? E poi, non avevi promesso che quella delle rose sarebbe stata l’ultima?»
  Kya gli rivolse un’occhiata risentita. «Non faccio apposta» replicò gelida. «Ma questa la devi sentire: è davvero terribile!»
  «E lasciala parlare, no?» s’intromise Fedy con la bocca piena di unghie.
  Kya le rivolse un sorriso grato.
  «Ho visto una spada sospesa nel cielo, un grande cavallo nero che soffiava fuoco dalle narici e incendiava villaggi e raccolti» declamò soddisfatta.
  «Era il film di ieri sera», commentò Morlok, «e non era un cavallo, ma un drago ebano della Galracchia.»
  Kya rifletté per un istante. «Allora ho visto un grande esercito, sotto lampi e nubi minacciose. Ma la spada sospesa nel cielo c’era.»
  «Vuoi le Croccolose?», le domandò Edluc gentilmente.
  «Grazie, ho proprio fame» fece lei prendendo una ciotola.
  Fu in quel momento che la porta della stanza si spalancò con una folata di vento gelido, un po’ di fumo vapore e nebbia, e nella luce del mattino una sagoma oscura e misteriosa si stagliò davanti a loro.
  Il silenzio cadde nella sala con un tonfo mentre la figura ammantata avanzava verso il gruppo di apprendisti. Si fermò accanto al tavolo senza mostrare il viso, poi la sua voce suonò stentorea echeggiando tra le volte dello stanzone.
  «Dov’è la sorpresa delle Croccolose?» disse. Era una voce di donna.
  Edluc porse tremante il pugnale alla sconosciuta, che gli afferrò il polso con una stretta d’acciaio.
  «Ragazzo, ci hai giocato tu?»
  Edluc annuì titubante.
  «C’è tutta la lama impiastricciata di cioccolato. Tienitelo tu, è disgustoso.»
  «Chi sei?» chiese con coraggio Fedy.
  La donna si tolse il cappuccio e comparve loro un volto noto: era stato su tutti i quotidiani di Slupp, non si poteva non conoscerla.
  Gli apprendisti si alzarono in piedi con un balzo. «Gys la fata!» gridarono pieni di timore reverenziale.
  «Sono io» disse lei, mostrando la polvere di fata che scendeva dai suoi capelli brillando come argento vivo.
  La polverina cadde sul pugnale di Edluc che si mise a ridere. Edluc, invece, rimase serio e spaventato a fissare la fata.
  «Cosa ti porta alla nostra scuola?» chiese Kya, che sperava si trattasse di qualcosa attinente alla sua profezia.
  «Sono qui per affidarvi una missione» disse lei facendo tacere il pugnale, ormai in preda alle convulsioni, con un incanto pietrificante.
  «Un’altra?» sbuffò Fator. «È già passato un certo Mastro Tolkien la settimana scorsa. I nostri Maestri non vogliono: siamo legati al vincolo magico dell’apprendistato» concluse con aria da saputello.
  La fata si rivolse indispettita al giovane. «Io ho inventato il vincolo magico! Mastro Tolkien ha già i suoi maghi per le imprese da pazzi. Voi siete vincolati alla Terra di Slupp. Sarà per essa che rischierete la vita, patirete la fame, la sete e anche l’astinenza da Croccolose. Perciò, se io dico che partite, voi partite.»
  «NOOOO! Le Croccolose me le porto!» disse Edluc.
  «Concesso» replicò Gys brillando come un fuoco d’artificio. «Ma niente acqua.»
  Gli apprendisti accettarono e si sedettero in attesa di sapere dove li avrebbe mandati.
  La fata si tolse il mantello e con gesti sacrali allargò le ali multicolori che portava sulla schiena. Poi se le tolse per potersi sedere comodamente al tavolo.
  Guardò uno a uno i giovani apprendisti, senza proferir verbo, e la tensione crebbe a dismisura. A dire il vero le ragazze osservavano le ali posate sul pavimento, in preda al desiderio folle di provarsele. Desiderio che passò del tutto quando le ali frullarono leggermente, come se fossero dotate di vita propria.
  «Bene, miei giovani eroi: volete dunque sapere cosa sono venuta a proporvi?» domandò Gys, con aria solenne e piuttosto gongolante. «Orbene, ho bisogno delle vostre arti per una questione segreta e d’importanza vitale. Ognuno di voi ha un dono speciale…»
  La porta si spalancò di nuovo, altro fumo, altro vento, e una musichetta a base di violini e flauti si diffuse nell’aria.
  Altra sagoma ammantata controluce.
  «Non ascoltatela! Io sono qui per proporvi una missione!» disse una voce baritonale, molto simile a quella di Garbolino, il doppiatore dei cartoni animati.
  Gli apprendisti risposero con «OOOOOO…»
  Anche l’uomo si tolse il cappuccio, mentre Gys sbuffava alzando gli occhi al cielo.
  Questa volta il viso che comparve dal mantello e dalla nebbia era quello di un vecchio saggio barbuto-canuto-rugoso e con gli occhietti rigorosamente piccoli e penetranti.
  Bastò il suo aspetto ad accreditarlo come latore di un messaggio importante e a metterli tutti a tacere per una manciata di secondi.
  «È Silente…» sussurrò Fator a Fradan. «No, credo che sia Gandalf» rispose Morlok. «Sciocchi: è Taliesin» fece Edluc, e tutti lo fissarono senza capire. «Merlino!» tradusse per tutti Elbys, che era esperto del ciclo arturiano quanto l’amico. «AAAAA» risposero gli altri con sollievo.
  «Tacete, sfrontati!» tuonò il vegliardo. «Sono Agrul Gilk Asterix del casato Babes! Siamo nella Terra di Slupp, non in un romanzo serio, e voi siete degli sciocchi massificati dai media!»
  «Vero» concordò Gys, che nel frattempo si era servita delle Croccolose. «Però sbrighiamoci ad affidare questa benedetta missione o il pubblico si annoierà: eravamo d’accordo che questa volta toccava a me… sei sempre il solito!»
  Il vecchio alzò le spalle. «Tu dovevi arrivare dopo, al limitare del bosco. Hai capito male.» Si schiarì la voce. «Siamo brevi. Dovete partire, recuperare la spada Albin Taran Bilah Comah Geran Katalbabes, che da secoli appartiene alla mia famiglia e che ho perduto a poker. Ho saputo che sta per finire nelle mani sbagliate e, se accadesse, sarebbe la fine della Terra di Slupp. Sarete voi a riprenderla, a uccidere il cattivo che la vuole sottrarre alle forze del bene e ad acquisire lustro e gloria imperitura per questa impresa.»
  «OK» risposero in coro gli apprendisti.
  E questo fu l’inizio della loro avventura.


  La mattina dopo la piccola comitiva doveva partire all’alba.
  In realtà non avevano una meta precisa: sapevano per esperienza che se l’avessero avuta sarebbe capitato loro uno dei seguenti disguidi:
  1) Il cattivo li avrebbe preceduti sul sentiero, con un esercito di ombre;
  2) Si sarebbero trovati coinvolti in qualche incantesimo casuale che da secoli li aspettava lì;
  3) Uno della compagnia sarebbe morto nel primo tratto di strada per un motivo qualsiasi;
  4) Avrebbero trovato la locanda piena, avrebbero dormito alla diaccio e si sarebbero imbattuti in qualche creatura spaventosa.
  Per questi motivi, decisero di partire a caso e di decidere dopo dove andare.
  Erano dei professionisti, mica una compagnia qualsiasi, e avevano la certezza funesta che il gruppo era troppo numeroso perché tutti avessero speranza di una lunga vita fantasy.
  L’alba si presentò cupa e spettrale: saltiamo la descrizione solita e passiamo ai nostri eroi che alla spicciolata si trovarono nel cortile della scuola, coi mantelli, i fardelli e le scorte di Croccolose.
  Il Gran Maestro Ieraticus, direttore della scuola, li aspettava nell’atrio insieme alla fata Gys e ad Agrul Asterix.
  Tutte le allieve erano un po’ innamorate di Ieraticus, perché, a dispetto del suo nome altisonante, era un venticinquenne palestrato e muscoloso, dalla lunga chioma fluente e dai bicipiti d’acciaio. Indossava sempre una specie di tutina di lycra che non lasciava niente all’immaginazione e che si apriva ammiccante su petto depilato e ben unto d’olio magico alla papaya. Se qualche lettore se lo chiede, sì: aveva anche una splendida tartaruga. E non era il suo famiglio.
  Quando i giovani allievi furono tutti pronti per la partenza e le apprendiste ebbero sospirato abbastanza guardando i suoi muscoli, Ieraticus parlò, sollevando platealmente le braccia.
  «Miei giovani amici, la Terra di Slupp vi sarà grata in eterno!» disse. «Il vostro coraggio sopperirà alla vostra inesperienza e alla scarsità dei vostri poteri: abbiamo fiducia in voi!»
  «Bah. Questa cosa non mi torna. Se voi tre avete dei poteri così grandi, perché accidenti mandate noi, in missione?» borbottò Sherit.
  «Taci, fanciulla delle pozioni!» tuonò Ieraticus. «Non ci sarebbe storia, se andassi io con Gys: ce la caveremmo in pochi minuti. Volete o no una parte nella gloriosa storia?»
  «Voglio le Croccolose» disse Edluc.
  «Le avrai» rispose Ieraticus fissandolo negli occhi spiritato. «Mio giovane allievo… le avraaaai!»
  Poi si voltò e riprese. «Bene. Potete andare. Ah, dimenticavo. Ci sarà un’altra persona con voi.»
  Un sommesso sussurro si levò tra gli allievi, quando una figura avvolta dal classico mantello sbucò da una porta laterale con un grosso trolley.
  «Ecco a voi la vostra guida: Ghidia.»
  La figura si smantellò, ossia si tolse il mantello, e mostrò a tutti un sorriso beffardo. Era una donna dall’aria molto soddisfatta.
  Kya si adombrò.
  «Io so chi è. Sto profetizzando» disse piano. «Io so chi è… sento una vibrazione… tazza enorme… ora uno strano oggetto luminoso… ora gelati e patatine, un vaso pieno di orrida crema alla nocciola e cioccolato… ora vedo…» terminò in un grido.
  «Sì. Lei lo sa» disse Ghidia. «Sono l’alter ego dell’autrice.»
  «Eh, no!» sbottò Edluc. «Ero io il protagonista! Se viene lei mi frega la scena!»
  «Starò buona» promise Ghidia.
  «Ma non dovevi essere la cattiva?» domandò Fator. «Ne ero quasi sicuro.»
  «Colpo di scena» spiegò paziente la donna. «Ora salutate i vostri maestri e andiamo.»
  «CIAO» dissero tutti in coro.
  Kya si accostò alla guida. «Che ci tieni in quella valigia?»
  «Qualche copia del mio romanzo. Non si sa mai che per strada incontriamo un editore» le confidò Ghidia.
  A quelle parole molti degli allievi sussultarono e chiesero qualche minuto per recuperare un oggetto che avevano dimenticato nel dormitorio.
  Tornarono tutti con le bisacce rigonfie e pesanti, ma con un bel sorriso sul volto: erano copie dei loro libri.
  Appena fuori dalla porta della scuola, subito accadde il primo fatto misterioso.
  Parcheggiato di traverso, sul selciato della piazza, un enorme, immenso, mastodontico animale dormiva beatamente, con la testa rivolta verso di loro.
  «È un cavalgarione» spiegò Ghidia. «Ci porterà lui per un po’.»
  «Morde?» chiese timorosa Clah.
«Solo intorno a mezzogiorno» rispose Ghidia, «ma per quell’ora scendiamo e corriamo via veloci.»

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