Ciò che dovresti leggere

Ciao, lettori!

Il mio nome è Giovanna, ho vent'anni e studio Biotecnologie per la Salute alla Federico II di Napoli. Benvenuti nel mio salotto, mettetevi comodi!
Sfogliate le pagine di questo blog, lasciatevi rapire e sostenete il talento emergente: c'è un intero mondo che vi aspetta.

sabato 25 luglio 2015

I nuovi talenti: Paola Casadei [Intervista di Valerio Sericano]

Valerio Sericano, autore de "Il bosco di Nereiu" e "Ami dagli occhi color del mare" intervista per noi una promettente autrice: Paola Casadei.
Lasciamo a lui la parola!

Recensione “L'elefante è già in valigia”

Il titolo già fa sognare, e i contenuti ne sono una conferma. Si tratta di un romanzo che conduce il lettore in un mondo sconosciuto e gli offre una visione reale di quello che siamo soliti definire continente nero, a tratti anche cruda e disincantata. È un libro vero, composto da testimonianze reali che ci aiutano a capire un mondo di cui spesso abbiamo una visione distorta. L'autrice aggiunge la descrizione di personaggi veri e delicati, su tutti la giovane Carlotta, che affronta la sua storia d'amore e la vita stessa sospesa a metà fra mondi molto diversi fra loro. Nel complesso, una storia contemporanea che consiglio di leggere a chi ama il fascino della scoperta di mondi nuovi e insoliti

Intervista a Paola Casadei

“L'Elefante è già in Valigia” è un romanzo che illustra l'Africa, mostrandola attraverso gli occhi di chi l'ha vista e vissuta da dentro, non solo attraverso una fugace visita turistica.
Nel complesso, si tratta di un lavoro che induce ad una profonda riflessione su temi purtroppo di stretta attualità, perché il continente africano e i suoi fenomeni di immigrazione verso l'Europa passano anche attraverso i contenuti di questo romanzo.

Paola Casadei ha vissuto in prima persona le esperienze raccontate nella storia, descrivendo le vicende di una famiglia italo-francese di stanza in Sudafrica e Mozambico, inserita nella realtà di vita e lavoro connessa ai servizi di ambasciata e alle attività consolari esistenti nelle capitali di quegli stati africani. Quanto è presente delle tue personali esperienze di vita tra le righe del romanzo?


"Nel romanzo c’è moltissimo di vero, a volte vissuto personalmente a volte attraverso le mie amicizie. In realtà noi non avevamo niente a che fare con le ambasciate, anzi, essendo Italiani e lavorando per un’istituzione francese (mio marito è ricercatore), abbiamo avuto parecchie difficoltà. Ma figli di ambasciatori e di alti funzionari di ambasciate, ONU e Unione Europea erano in classe con i miei figli e abbiamo visto il lusso, le case come castelli, le ‘reception’. Il libro è nato come idea per non dimenticare questi dodici anni di esperienza davvero fuori dal comune."

Le vicende narrate si sviluppano essenzialmente in una lucida rappresentazione della vita sociale e della quotidianità esistente nei paesi dell'Africa australe, filtrate attraverso gli occhi degli “espatriati”. La parola “espatriato” trasmette un connotato vagamente malinconico e tra le pagine del libro sembra trasparire una collocazione posta a metà tra due mondi ben distanti fra loro. Che Africa è quella percepita dal punto di vista di un “espatriato”?

"Dipende dall’espatriato, ce ne sono di diversi tipi: ci sono quelli appoggiati da solide istituzioni e quelli no, ci sono quelli che lavorano per ricche compagnie private e quelli che venivano a cercare fortuna, lavoro, una fuga dal proprio paese e ci sono rimasti. C’è chi organizza ricche feste con la servitù nera sotto-pagata che serve in guanti bianchi, c’è chi, in un paese difficile come il Mozambico, sceglie di non imparare nemmeno la lingua e preferisce circondarsi di personale locale da mandare perfino a fare la spesa, altri ancora suonano la campanella per chiamare la domestica come nel secolo scorso. Dall’altra parte invece ci sono quelli che addirittura adottano bimbi degli orfanotrofi e si dedicano a missioni umanitarie reali. Ognuno quindi percepisce l’Africa in modo diverso, come una risorsa da sfruttare, di certo come un continente meraviglioso da visitare senza mai stancarsi. Ci si rende conto delle disparità, c’è chi soffre per non poter cambiare le cose (come i giovani sensibili come Carlotta), c’è chi si abitua."

Dall'ampia parte descrittiva contenuta nel romanzo si percepisce un profondo innamoramento per quelle terre e quel mondo, pur sempre velato da una vena malinconica che viene trasmessa al lettore. Significative le parole: ...Un bianco stona con i loro colori...
Si tratta di pura e semplice nostalgia oppure di un rimpianto, nella consapevolezza di aver solamente sfiorato una realtà chiusa e insondabile nei suoi aspetti più profondi?

"Nessun rimpianto direi. A volte un po’ di nostalgia, nonostante i disagi che abbiamo vissuto e subìto a volte. Ogni Paese ha le sue tradizioni, se rimani solo qualche anno è normale che ogni singola realtà resti insondabile per te. In Sudafrica c’era stata l’apartheid , ma anche per i bianchi eravamo estranei: per farmelo capire e mantenere le distanze mi parlavano in Afrikans. In Mozambico l’indipendenza dai Portoghesi è stata raggiunta nel 1975, poi hanno avuto anche la guerra civile che ha lasciato una povertà immensa e livelli di analfabetizzazione elevatissimi. È normale rimanere estranei per loro e non poter conoscere nulla in modo più profondo."

Ad un certo punto si dice: L'Africa può essere un episodio della vita di una persona, non può essere tutta la vita. Noi non saremo mai niente per loro, non sapremo mai niente di loro. Gli stranieri nella società africana sembrano percepiti come un corpo estraneo sempre sul punto di innescare una crisi di rigetto. È proprio vero che “l'Africa rifiuta lo sviluppo perché lo considera cosa dell'uomo bianco”?

"Non lo so. È un’opinione. Quello a cui ti riferisci è in uno dei miei capitoli preferiti: “L’ultima gita a Inhaca”, in cui degli adulti discutono e riportano commenti tratti da due libri molto interessanti: uno è “La carità che uccide” di Dambisa Moyo, nata e cresciuta nello Zambia. Il Time Magazine l’ha inclusa nelle cento persone più influenti del mondo. L’altro è “E se l’Africa rifiutasse lo sviluppo?”, di Axelle Kabou, nata in Camerun. Il suo è un punto di vista molto particolare, non prende le difese dell’Africa solo perché è africana, anzi critica le teorie che vedono l’Africa come l’eterna vittima dello sfruttatore occidentale. Spesso le cause del sottosviluppo dell’Africa di solito non sono messe in relazione con le mentalità africane, ma con le solite colpe esterne: lei avanza ipotesi diverse."

Aiuti all'Africa, tasto dolente. In TV fanno passare le foto di bimbi denutriti con le mosche negli occhi per favorire la beneficenza. In realtà, quanto delle offerte elargite dai cittadini occidentali arriva sotto forma di aiuto alle popolazioni bisognose? Quanto invece è solo business?


"È proprio di quello che parla Dambisa Moyo. Vuoi solo un esempio? Un compagno di scuola di mio figlio, figlio di un ex-ministro, vive in un castello con cinque o sei persone di servizio, quando ha fatto la Cresima, la famiglia ha invitato 200 persone e ha fatto venire dalla Francia fois gras e champagne per tutti. Eppure si sa che la loro popolazione vive con meno di due dollari al giorno.
Nel libro, come dico nel capitolo del mio libro, l’autrice dice che potrebbero essere 1.000 miliardi di dollari quelli che sono stati dati all’Africa negli ultimi cinquant’anni. Non si dovrebbe vedere qualche risultato, qualche cambiamento? Pare che che ogni anno lascino il paese 10 miliardi di dollari, per andare dritti nei conti svizzeri (quasi metà degli aiuti ricevuti dall’Africa nel 2003). Pare poi che un presidente dello Zaire, Mobutu, abbia incontrato Reagan per chiedere condizioni più favorevoli avendo accumulato un debito di 5 miliardi con gli Stati Uniti, e subito dopo abbia noleggiato un Concorde per trasportare la figlia a sposarsi in Costa d’Avorio."


Passiamo ad argomenti direttamente inerenti la tua carriera di autrice. Paola Casadei, oltre che scrivere, è anche appassionata di lettura? Quali sono gli autori o i generi letterari che maggiormente influiscono sul tuo linguaggio e sullo stile dei tuoi romanzi?

"Per anni ho letto solo i classici, poi ho letto autori moderni dalla vasta libreria di un’amica francese a Pretoria, tra cui Laurent Gaudé, che quest’anno è stato soggetto del compito di francese al “Bac”. Gli autori sudafricani mi hanno dato molto, André Brink, J.M. Coetzee e Nadine Gordimer, due Premi Nobel, Zakes Mda, autore nero che adoro. Mi rilasso con i gialli, ho letto tutto Mankell, svedese che abita sei mesi all’anno a Maputo. Non mi piace l’horror, il fantasy puro, i rosa troppo rosa."

In un capitolo de “L'Elefante è già in Valigia” è illustrata un'idea definita come La teoria antropologica della deriva dei continenti. Da cosa nasce questa curiosa metafora dei rapporti tra uomo e donna? Nel complesso, il romanzo racchiude anche i temi di una tenera storia d'amore adolescenziale. Quanto sono importanti le emozioni e i sentimenti nella costruzione dei tuoi romanzi?

"La teoria antropologica della deriva dei continenti è nata per scherzo, una sera a cena in cui si parlava di anima gemella con una coppia di amici: ho conosciuto mio marito sui banchi di scuola, eravamo più giovani del nostro primogenito. La mia materia preferita all’università era biochimica: i feromoni esistono anche per l’uomo, non solo per gli animali, quindi chissà, forse in quella teoria c’è qualcosa di vero?
E di certo le emozioni e i sentimenti devono essere presenti in quello che scrivo, anche se nel “L’elefante è già in valigia” la storia d’amore resta marginale. Carlotta e Filippo si avvicinano, sono talmente diversi tra loro che si attraggono, ma proprio perché sono così diversi vivono una storia difficile inizialmente."


Chi è Paola Casadei nella vita di tutti i giorni? Oltre alla passione per la scrittura c'è spazio anche per altri hobby o impegni particolari di cui vorresti parlare?

"Chi sono? Ci penso spesso. Ero farmacista, ero direttore tecnico di laboratorio omeopatico, sono mamma, casalinga, vivo fuori dall’Italia da vent’anni e adesso da due anni sono stabile a Montpellier. Qui devo costruirmi tutto di nuovo, i figli sono ormai abbastanza grandi e non hanno più bisogno di me come prima. Suono il pianoforte, scrivo, cucino, frequento un paio di club di lettura, uno in inglese e l’altro in francese, per coltivare amicizie nuove."

Infine la domanda che ci proietta nel futuro. Quali sono i tuoi progetti letterari? Sei impegnata nella stesura di un nuovo lavoro? Se sì, hai intenzione di esplorare generi diversi oppure preferisci rimanere legata all'ambito letterario de “L'Elefante è già in Valigia”?

"Ho scoperto che scrivere mi piace davvero e vorrei farlo in maniera più sistematica e organizzata: scarabocchio fogli con schizzi di storie diverse, sto ripescando tra i miei appunti, butto giù idee sparse. Penso che rimarrò sul genere della narrativa, con qualche tocco di romance ma non troppo. In ogni caso sarà completamente diverso dal primo. Un’altra cosa che mi piacerebbe proprio fare è tradurre libri, soprattutto dal francese. Ne ho tradotto uno che sto cercando di pubblicare in Italia, ma non voglio anticipare nulla."

Nessun commento:

Posta un commento