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giovedì 2 luglio 2015

Estratto: Giochi di Ombre, Giovanna Evangelista

Titolo: Giochi di Ombre
Autore: Giovanna Evangelista
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Tenebre e silenzio.
Sorrise.
Ogni volta che sprofondava in quell’inferno pensava a quanto fossero splendidi. Da lì nasceva la calma più avvolgente, la pace più ammaliante. In quei momenti gli sembrava di non esistere, e si sentiva immensamente al sicuro.
Qualche volta, da lucido, era stato certo che se gli fosse stato proposto avrebbe accettato di restare per sempre in quel limbo spettrale, così sereno e accogliente, dove la solitudine pareva essere l’unica compagnia davvero desiderabile.
Ogni volta, mentre formulava questi pensieri e si abbandonava all’irresistibile seduzione del nulla, dimenticava cosa sarebbe accaduto.
Ogni volta era come la prima.
Fu un attimo. Bastò un rumore, un fruscio di vento, un brivido che corse sulla carne. Le tenebre brillarono di un macabro pallore e si distorsero, mostrando il loro vero volto: erano nulla più che una vile trappola, un velo che copriva la realtà e celava le più insidiose paure, i più primordiali terrori.
E, d’improvviso, seppe. Seppe che stava ritornando. La sentì avvicinarsi col solito incedere leggero, annunciata dal flemmatico picchiettio di passi che ogni notte aveva imparato a riconoscere.
Risplendette una sagoma; quanto lontano o quanto vicino non era dato saperlo. Nell’ombra avanzava una figura incerta, quasi divorata dal buio che pareva esalare dal suo stesso corpo. Tracciava alle sue spalle una strana scia rossa lattescente, una luce orrenda e sanguigna che pareva colar via dal suo vestito come densa bava. Lentamente, quasi strisciando, avanzava verso di lui sempre più minacciosa.
Ogni suo passo era una fitta di dolore al petto, un moto di panico. Desiderio di fuggire, ma anche attrazione di un fascino irresistibile.
Iniziò a tremare, non si mosse, forse non poteva farlo. Gli pareva che il buio gli avesse afferrato le membra fino a immobilizzarle. Vide l’ombra avanzare, una fiamma violenta allo sguardo che si protendeva verso di lui quasi come volendolo ghermire. In un attimo fu vicina più di quanto non avesse desiderato, parve trapassarlo. Lo sguardo gli saettò verso il basso, a fissare il vuoto su cui poggiava i piedi.
Non alzò gli occhi verso il volto di lei. Si limitò a osservarle il corpo, femminile, esile, forse troppo, avvolto dal solito abito etereo. Pareva che non toccasse terra, che i piedi fluttuassero al di sotto delle pieghe del lungo velo che, sinuoso, danzava in un vento inesistente.
Ricordò. Seppe cosa stava per accadere. Doveva scappare, doveva andar via, ma le tenebre lo stringevano forte tra le loro braccia, e la donna lo chiamava a sé.
“Chi sei...?” sussurrò con tutto il fiato che percepiva nei polmoni. Nessun suono gli tornò alle orecchie.
“Chi sei?” ripeté, a voce alta. Il silenzio gli rispose, di nuovo. Il terrore e il panico iniziavano a divorargli il cervello.
“Chi sei, chi cazzo sei?” urlò, forte, spingendo via le parole dal suo petto con indicibile fatica. L’unica, terrificante sensazione che ebbe fu quella dell’aria che gli graffiava la gola come una lama. Nessun suono.
Urlò, muto. Si sentì soffocare, desiderò di piangere, ma nessuna lacrima gli bagnò gli occhi né arrivò a premervi contro.
E intanto lei era lì, inesorabile. Alzò un braccio, con flemma. Il colore sanguigno del tessuto gli ferì lo sguardo. Gli occhi di lui rimasero fissi verso il basso.
Una mano bianca, morbida e affusolata emerse dalla manica rossa e si alzò verso il suo viso. Gli sfiorò la guancia, lasciando dietro di sé una sensazione di gelo. Lui non si mosse, non vi riuscì. Sott’occhio risplendeva lo smalto vermiglio che le baciava le unghie.
Seppe cosa stava per accadere. Non doveva alzare lo sguardo, per nulla al mondo avrebbe dovuto farlo.
“Non preoccuparti, piccolo. Starai bene. Sarai felice.”
Avrebbe voluto parlare, ma era paralizzato. Chi sei? continuava a chiederle nella sua testa, accorato, sperando che lei potesse sentirlo. Al contempo però era consapevole che non avrebbe ricevuto risposta.
“Non preoccuparti, piccolo. Starai bene. Sarai felice.”
Quelle parole non pronunciate danzavano intorno a lui in un’eco roboante, ritornandogli alle orecchie come sussurrate dal profondo delle sue viscere e della sua coscienza. E fu allora che la sua testa si sollevò, lentamente, e gli occhi si spalancarono. Non doveva farlo, ma non aveva controllo.
Le tenebre avevano vinto anche quella notte, come tutte le notti.
Avrebbe voluto urlare, ma il suo corpo pareva agire contro la volontà della mente. Non voleva guardarla in volto, perché sapeva, sapeva cosa stava per accadere.
Ma non poté evitarlo. Lo rivide.
Quel volto ovale, cinereo, perfettamente liscio e lucido, senza tratti somatici se non una tenue incurvatura nel mezzo che poteva far lontanamente pensare a un sorriso.
Perché, perché l’aveva guardata di nuovo?
E chi era?
Gli interrogativi furono presto inghiottiti dal terrore che quel viso senza volto gli suscitava. Tutto si fece buio, il bianco sbiadì, il rosso si fece meno denso. Risuonava l’eco sempre più assordante di quelle parole, pronunciate all’interno della sua testa da una voce che non conosceva.
Non preoccuparti, piccolo. Starai bene. Sarai felice.
Tutto ciò che era intorno a lui fu risucchiato da un abisso nero come quell’incubo. Tutto sparì, distorcendosi e tornando ad essere soltanto un pallido brivido. Tutto, tranne quella sensazione di gelo e il terrore che si impresse nel cuore del ragazzo, una notte in più.

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