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domenica 12 luglio 2015

Estratto: Angeli e folli, Dario Stefano Villasanta

Titolo: Angeli e folli
Autore: Dario Stefano Villasanta
Link d'acquisto: Ibs (cartaceo)


PROLOGO

Mi chiamo Dax, sono un idiota e forse lo sono sempre stato.

Tecnicamente, sono un ‘pregiudicato con problemi psichiatrici’; qualcuno ha detto che sono stato semplicemente ‘sfigato’, qualcun altro mi ha dato del coglione. In tutti i casi, la definizione giuridica di cui sopra mi rimane, e rimarrà sempre, appiccicata addosso. Come d'altronde calzerebbe a pennello per molti di voi, per quanto non lo sappiate ancora.

Ma non affronto il discorso qui e ora, perché quella che segue è parte della storia di altre persone, dove nulla è ciò che sembra ma ciò che sembra è tutto.


CAPITOLO 1

DAX: DA RENATO, UNA NOTTE

Milano profuma di fiori di tiglio le sere di maggio, o forse è sempre stata una mia impressione. Ma in certi momenti anche lo smog ha un buon odore.

Mi è sempre piaciuto girare a piedi di notte nelle città in cui sono vissuto e quella sera non iniziò diversamente da altre, salvo che non cercavo pusher o fornitori come spesso era accaduto in passato, quando ero più giovane e, diciamolo pure, più pirla. Probabilmente però, anche allora, ero solo curioso delle varie esperienze che la vita poteva offrire.

In realtà sono curioso anche ora e, passeggiate solitarie a parte, ho sempre avuto sete di nuove conoscenze perché affascinato dalle molte sfaccettature di carattere dei miei simili, variabili anch'esse a seconda delle situazioni.

In conclusione, direi proprio che la specie umana con le sue comunità è il giardino zoologico per eccellenza del pianeta, con la varietà di forme di vita più vasta, unica e inimitabile che io conosca.

Quella sera, come dicevo, non era iniziata diversamente da altre: cenato e fumato (dannazione, era dura smettere!), ero uscito anonimamente abbigliato. Mai avere un aspetto troppo ben curato quando si gira a piedi di notte per una grande città! Soprattutto se si hanno addosso denaro e oggetti di valore che è meglio tenere nascosti. Jeans e scarpe da ginnastica visibilmente usati non attirano l'attenzione dei malintenzionati, veri o presunti che siano - e nel mio caso ignari della persona con cui hanno a che fare - quanto abiti nuovi, sgargianti e firmati, orologi da urlo e scintillii dorati di vario tipo che, al contrario, sono una quasi irresistibile tentazione per il disperato di turno. Vera fauna metropolitana dal tramonto all'alba in cui s’incappa inevitabilmente, prima o poi. E l’abbiamo attirata noi, senza volerlo davvero, ma l'abbiamo fatto, la sfiga non c'entra per nulla. Per lo meno si deve avere l'accortezza di non portare tutto insieme il denaro nel portafoglio o in una tasca sola, è sempre meglio dividerlo in diverse tasche. Così è più probabile che se ne salvi un po', almeno per le emergenze per le quali può risultare inutile un bancomat o una carta di credito. Io addirittura, pur essendo ormai ricco e il come per ora lo taccio, non portavo con me nessuno dei due, neppure quella sera di maggio per le vie di Milano, durante la mia peregrinazione senza meta per i quartieri est che non avevo programmato, non lo faccio mai. Senza meta, né scopo. Sarebbero arrivati loro da me.



La prima giunse rapidamente. Erano circa le 21.30, ci stava bene una buona birra bella fredda e magari una Gauloises, per il solo fatto di non averne fumate altre da quasi un'ora e mezza.

Scelsi - o non scelsi, a seconda dei punti di vista - il primo e unico bar che scovai nascosto tra le vie nel quartiere greco, che conoscevo a malapena e non frequentavo da vent'anni e, più che un bar, entrando fui felicissimo di accorgermi che altro non era se non un erede dei vecchi ‘trani’, le osterie milanesi di una volta. Là si serviva vinaccio originario appunto di Trani o giù di lì, si mangiava e si beveva a basso costo, ci si dava tutti del tu e l'unica regola che vigeva era di non rompere i coglioni.

Il locale era abbastanza ampio e caldo, con l'aria che odorava forte di fritto, e suonava non troppo sommessamente di movimenti, voci stentoree in milanese e dialetti del sud, schiocchi di boccette sul biliardo, cozzare di piatti e tintinnii di bicchieri in lavastoviglie. Qua e là echi lontani di voci in sardo tra l'uomo alto, moro, pettinato e ben rasato dietro al banco e le due donne - una mamma con la ragazzina adolescente - che mi fece intendere che la gestione era di una famiglia sarda. E se avessi avuto qualche motivo per dubitarne, questo svanì quando vidi l’ambiente costellato di bottigliette di birra Ichnusa.

Mi avvicinai al banco e chiesi proprio quella, mentre domandavo all'uomo di che parte della Sardegna fosse e gli dicevo che avevo nonni sardi anch'io e, via così, scambiammo qualche parola prima del debutto della birra sarda, che si fece strada ghiacciata nella mia gola dopo parecchi anni.

Intanto di fianco a me, un altro uomo stava appollaiato su uno dei pochi sgabelloni presenti. Dimostrava circa cinquant'anni, ma forse ne aveva meno; portava capelli brizzolati fino a sopra le basette ben tenute e camicia e pantaloni più nuovi dei miei jeans, ma con un'aria dimessa lo stesso. Anche se, forse, era lui che avrebbe avuto un aspetto così pur indossando un gessato su misura di Armani.

Venni subito a sapere che si chiamava Domenico e spontaneamente iniziò una conversazione: come al solito, mi sarebbe toccato tacere o mentire su tante cose. Scelsi di fare il meno possibile di entrambe, ma credo proprio di non esserci riuscito, neppure in seguito. Rimpiango quel momento…


CAPITOLO 2

DAX E DOMENICO

<<…Diciamo solo che la Sardegna non gli va giù bene…>> disse Renato servendo un'Ichnusa a Domenico.

<< Solo le ‘cose femmine’. Il tuo porceddu e il pecorino li adoro! >> rispose lui.

<< Vedrai, se passi domani a cena…>> accennò Renato, con l'ombra di un sorriso.

<< Perché? >> chiese Dax con aria quasi divertita. << Che succede domani? >>

<< Succede che mi arrivano gli asparagi selvatici dalla Sardegna. Li hai mai mangiati? >>

<< Se l'ho fatto, non me ne ricordo >>.

<< E, insieme, la pecora bollita! >> continuò fiero l'oste.

<< Eccola lì, mi rimarrebbe sullo stomaco: un'altra femmina sarda, alla fine! Bah, lasciamo perdere… >> si scrollò Domenico con un cenno sprezzante della mano.

Dax accennò un sorriso incerto, dopo che Renato gli ebbe rivolto un segno impercettibile con lo sguardo che significava "Lascia stare l'argomento, cose sue".

<< Io vivo solo >> riprese Dax. << E credo che un salto qui, ogni tanto, a mangiare un boccone lo farei anche volentieri: a me la cucina sar… regionale in genere piace parecchio. Se poi ritrovassi qui anche il signor…?>>

<< Domenico >> si presentò lui. << E dammi pure del tu>> disse, tendendogli la mano. E se la strinsero a vicenda fissandosi per una frazione di secondo. Fecero entrambi una sorsata di birra, come per degustarla, ma Dax riprese subito a parlare.

<< Dicevo, se ti trovo qui una di queste sere, Domenico, potrei avere anche voglia di sfidarti lì >> e indicò con la testa il biliardo semi circondato da giocatori e spettatori.

<< Ti piace giocarci? Io è da un bel pezzo che non mi concedo una partitella a ‘sto gioco in santa pace...>>.

<< Mah…>> rifletté l'altro. << Ogni tanto una giocatina me la faccio, ma a essere sincero non credo di averci più la mano come prima; ho anche meno voglia di una volta, diciamolo…>>.

<< Mmmh, già, credo di capire>> chiosò Dax allusivo. << La vita è dura…>>.

<< Eh beh, banale dirlo, ma è la verità… Forse sto invecchiando >> rispose amaro Domenico.

<< Oh, di già? Non mi sembri certo da pensione >>.

<< Quarantacinque e spiccioli, se vuoi saperlo. Ma me li sento tutti addosso >> disse l'uomo in tono dimesso, voltandosi ad abbassare lo sguardo sulla sua bottiglia. Sembrava ad un tratto sprofondato in un oceano di ricordi.

<< Sì, a volte capita, è vero >>. E anche Dax fissò la bottiglietta.

In quel momento erano entrambi assorti nelle memorie. Sarebbe bastato appena un ronzio di mosca per inceppare l'interruttore di quello strano senso di complicità fraterna, che unisce certe persone la sera quando bevono insieme, qualcosa di più sottile del semplice condividere vizi e virtù. Se siano veri o millantati non importa a nessuno nei momenti in cui si è sulla stessa lunghezza d'onda, nel raccontarsi a qualcun altro e sentirlo a sua volta raccontarsi. E va bene così.

Domenico levò da una tasca posteriore dei pantaloni un portasigarette decorato che sembrava d'argento e l'aprì, pescando a caso una sigaretta rollata. Dax inarcò un sopracciglio e rispose all'implicita domanda se fumasse anche lui, facendo apparire un pacchetto di Gauloises blu.

<< Dai, prendine una di queste che le tue non fanno abbastanza male da poter dare anche soddisfazione. Tieni! >> e porse il pacchetto a Domenico. Questi ne accettò una e uscirono a fumare nell'aria tiepida e fresca della sera, a modo suo inebriante, impregnata com'era del profumo di primavera inoltrata.

L'interruttore era stato acceso.

<< Io, in realtà, sto quasi smettendo >> disse Dax riferendosi alle sigarette.

<< Io non smetterei mai! >> rise l'altro. << Tanto, ho anche iniziato tardi. Oramai…>>.

<< Quando? >>

<< A trentacinque anni >>.

<< Cristo! Chi te l'ha fatto fare…>>.

<< Boh, la vita credo…>>.

<< Che magari non ci piace così com'è? >> azzardò Dax.

<< Diciamo che fa di tutto per non piacere, il più delle volte. Ma dimmi di te, piuttosto: posso chiederti da dove arriva quel nomignolo? Insolito, chiamiamolo così>>.

<< Non lo so, credo di averlo da quando ero diciannovenne, o giù di lì: me lo scrisse allora una ragazza su una foto, ehm ... particolare, e da allora dagli amici mi sono sempre sentito chiamare così, ma non so proprio perché. Ora ne ho trentotto e dappertutto mi presento in questo modo, fa anche tipo, credo >> sorrise malizioso. << Soprattutto con le donne che, per inciso lo ammetto, solleticano la mia vanità…>>.

<< Chiaro. Facevano questo effetto anche a me, fino a non molto tempo fa >> si adombrò Domenico.

<< Eh, parli come se non ti piacessero più >> cercò di sdrammatizzare Dax con un altro sorriso.

Aveva sempre un sorriso ambiguo quel ragazzo, pensò Domenico, però aveva anche un certo tatto che faceva venire voglia di parlarci di tutto. E la birra collaborava con lui.

<< Ma no, è che mi sono stufato di correrci dietro >> puntualizzò Domenico. << Pare che si debba sempre trattarle tutte da principesse per grazia ricevuta, poi in realtà di principesse ce ne sono proprio pochine. E tu sei grande abbastanza per saperlo già, mi pare >>.

<< Ah! Scottato, eh? Capito, cambiamo argomento…>>.

<< Ma no, non è mica un segreto né una vergogna, in fondo: per farla breve, mi sono da un po' lasciato con mia moglie >>.

<< Manca tanto? >>

<< Beh, più o meno…>> Domenico abbassò la voce e mormorò in tono più basso. << Sì, un casino! >>

Attimo di silenzio, si fecero una boccata di sigaretta in contemporanea.

<< E tu? >> fece poi risorgere il dialogo Domenico.

<< Io e le donne, vuoi dire? Oh, diciamo che vengo da un certo periodo di … ferie da quell'incombenza, mettiamola così. Più doveri che piaceri, ecco >>.

<< Ah. Bene, lo dovrei fare anch'io. E ora? >>

<< Ora, posso anche permettermi un po' di folleggiamenti, visto e considerato che ho risparmiato un sacco di energie, no? >> e risero entrambi.

Chiacchierarono all'interno del locale ancora per un bel po', l'Ichnusa non venne risparmiata, una bottiglia via l'altra, mentre i tasti toccati furono tanti e nessuno insieme, perché avevano capito entrambi il tacito messaggio di “Parliamo di tutto ma non approfondiamo”. Ogni tanto ci stette bene anche una stuzzicata a Renato che stava volentieri al gioco, mantenendo stemperato e sereno il clima che si era creato fra i due.

Parlarono davvero di un po' di tutto, toccando anche la sfera personale, ma ogni volta che lo facevano Dax eludeva abilmente le domande, generalizzando o rintuzzando qua e là e raccontando spesso aneddoti irresistibili su persone conosciute chissà quando e dove. E puntualmente era una risata liberatoria per entrambi, ognuno per i suoi motivi. E anche questo, andava bene così.

CAPITOLO 3

DOMENICO

Domenico si svegliò tardi, come al solito. La moka sul fuoco borbottava promesse di solitario e intimo risveglio dal pesante sonno alcolico, non sufficiente però a smaltire la notte brava con quel tale. Come si chiamava? Ah, sì, Dax. Che cazzo di nome che portava. Però era stato benone quella notte con lui che, alla fine, era volata via senza che quasi se ne fosse accorto, fino alla mattina.

Accese lo stereo, la radio mandava un pezzo soft di Bjork: carino, si lasciava ascoltare.

Mentre l'aroma del caffè lo pervadeva infondendogli calore, gli venne alla memoria che alla fine non aveva saputo nulla, di quel tipo: professione, interessi, mentalità… Nella sua testa, non aveva neppure un vero nome! Ma era stato una buona compagnia, era sembrato schietto pur mantenendo una sorta d'anonimato e invogliava al dialogo: si capiva che sapeva stare con la gente, ascoltarla mentre si raccontava. Cosicché lui l'aveva fatto sperando di non essersi commiserato. D'altronde, come si racconta il proprio fallimento matrimoniale e professionale senza una punta di malinconia? Eppure Dax non l'aveva compatito né aveva provato a consolarlo, e in qualche modo gli andava bene così, pensò, mentre accendeva la sigaretta. In fondo lui di compatimento non ne aveva chiesto mai, tantomeno ieri sera.

E quegli aneddoti che raccontava… sorrise tra sé al ricordo sfocato di uno di quelli, quando, per tutta risposta alla storia del suo naufragio coniugale, gli aveva parlato di quel tale che convolò a nozze lampo per amore e fu tradito e abbandonato dalla consorte nell'arco di tre o quattro mesi. La storiella verteva su quanto litigavano e su quando, dopo che la moglie ebbe abbandonato definitivamente il tetto coniugale per andare a vivere dall'amante, l'ex-coppia iniziò finalmente a fare sesso come il Signore comandava e di come andarono avanti in quel modo per anni, alla faccia dell'amico traditore. Fu così che quel tipo si riprese dallo shock della separazione e tornò a nuova e più lieta vita di quanto non facesse in passato, sempre incazzato o depresso.

Domenico trovava che quel Dax aveva un senso dell'umorismo un po' brutale e uno strano modo di tirar su di morale la gente in disgrazia ma in fondo anche stavolta, in qualche maniera, gli era stata bene così, e neppure gli importò.

E che culo poi aver incontrato Giulia… la stavano giusto per andare a trovare. A pensarci bene, l'idea di partenza era stata quella di finire la serata andando a puttane, che fossero preferibilmente più belle che simpatiche; forse quel compagno d'avventura occasionale voleva semplicemente liberarsi le palle da qualche vecchio peso, o forse era stato un suo strano rimedio per tirarlo su di morale…

Cazzo, Bjork adesso stava esagerando, Domenico abbassò il volume dello stereo. Già, Giulia… sospirò. Per essere una professionista, aveva un tipo di fascino diverso da tutte le altre prostitute. Ieri sera aveva sciorinato sfumature della sua sensibilità che lui non aveva mai conosciuto, per quanto fosse un fruitore dei suoi servizi, venendone ricambiato con qualcosa di riservato a pochi clienti e che amava pensare come simpatia vera.

Giulia… Dax… e che cazzo di serata. A comprare il tabacco, subito! E uscì di casa contando degli spiccioli che aveva preso dalla tasca della giacca.

CAPITOLO 4

GIULIA E MARINA

<< Così hai tirato mattina con quei due? >> chiese sbalordita Marina a Giulia. << Erano davvero così simpatici? Beh, Dome lo conosco, ma quell'altro? >>

<< E' carino. Si è comportato da gentiluomo anche se, davvero, quando è entrato al ‘55' vestito a quella maniera ho avuto un attimo di panico: lo hanno squadrato tutti dalla testa ai piedi, dovevi vederli! >> rispose Giulia mentre sorrideva, mimando l'imbarazzo. << Ma alla fine, dopo cinque minuti, non ci badava già più nessuno e noi ci siamo fatti gli affari nostri. Amen!>>

Le due donne erano allegre e complici raccontandosi le avventure della nottata appena trascorsa, mentre si lasciavano scaldare dal sole caldo di maggio al dehor di una pasticceria e si godevano una tardiva colazione. In quella via di Milano, e in quella zona, il traffico raramente era disturbante o eccessivo, neanche nelle ore di punta. Un giovane cameriere in giacca e papillon elargiva loro larghi e speranzosi sorrisi mentre sbarazzava il tavolino. Erano all'incirca le quattordici di un sabato pomeriggio carico d'attese per il fine settimana in corso e, come di consueto, Giulia e Marina si raccontavano fatti, nomi, vizi e virtù della clientela incontrata nei giorni precedenti, in cui si incrociavano di rado per un saluto, salvo sentirsi telefonicamente.

Entrambe lavoravano in casa e trovarsi a cadenza regolare era considerato un piacevole dovere reciproco per sostenersi, raccontarsi, consolarsi, divertirsi. Ed era, certo, anche una necessità avere una persona di cui fidarsi in quell'ambiente: Il sesso a pagamento era un mestiere rischioso sotto molti punti di vista, se si era sole.

<< Davvero non te li sei fatti tutti e due? >> chiese maliziosa Marina abbassando la voce.

<< Ti dico di no! Hanno fatto qualche battutina scema, ci mancherebbe, ma stavano già bene così, fidati: erano sul bevuto andante >> risero di nuovo.

<< Oh, cara, sono così spiacente per te… Hai buttato un'occasione per incassarne due in una volta sola, e con poco fastidio >>.

<< Scema, per star lì magari un'ora solo per farlo rizzare a due ubriachi? Fossi matta, sai che fatica… e poi sai che ne faccio solo uno per volta >>.

<< Ma sì, intanto lasciavi riposare la farfallina, no? >>

<< Mpf, ha riposato lo stesso. Ieri grazie al cielo ho lavorato decentemente il pomeriggio, meno male. Però ti confesso che un pensierino su quell'amico di Domenico l'ho fatto: credo che si lavorerebbe bene con lui >>.

<< Ma se hai appena detto che sembrava un mezzo scappato di casa >>.

<< Sì, come abiti. Ma si vedeva che era molto pulito, le mani erano molto curate, i capelli un po' lunghetti pure. E di soldi ieri ne ha spesi senza battere ciglio, quindi non credo che sia poi tanto straccione. Comunque, non mi stavo riferendo a quello >>.

<< No? >>

<< No. Dicevo che era una buona compagnia, ed è pure caruccio… >>.

<< E' così figo? >>

<< Non esattamente. Erano i modi >>.

<< Ah, i modi… appunto! >>

<< Sì, sembrava al suo posto sia che fosse in un locale ben messo come il ‘55', sia che si trovasse per strada a bere da una bottiglia di vino sul marciapiede…>>.

<< Ih ih, la puttanella! Ti son venute le voglie, eh? >> la canzonò Marina.

<< Idiota. E poi, da che pulpito: tu sei sempre arrapata per davvero >> la schernì l'altra.

<< A me scopare piace >>.

<< Buon per te! A me pure, ma come e quando dico io, con chi dico io. E prima viene il lavoro… >>.

<< Aaaah, il dovere… Giulia cara, ti consiglio di approfittare della tua gioventù, col passar del tempo ti cercheranno in pochi >>.

<< Lo so, basta vedere te… >>.

<< Oh, stronzetta… beh, è vero, ma meglio pochi e buoni. E poi ho un uomo, non te lo dimenticare: mal che vada Cris mi aiuterà sempre >>.

<< Te lo auguro >> rispose Giulia, mentre ricambiava il sorriso al cameriere che serviva loro i due caffè conclusivi. << E anch'io sarei sempre in calore se mi facessi tutta quella coca che ti fai tu >>.

Terminarono la conversazione con facezie varie, finché non si salutarono con un gesto della mano a significare “ci sentiamo”. Giulia, tornando al suo appartamentino da ricevimento lavorativo, ebbe un ultimo e indefinito pensiero per Dax, prima di rivolgere la sua attenzione alle proprie faccende.

CAPITOLO 5

DAX

Non sono un santo, non lo sono mai stato né lo diventerò mai: mi basta sapere di essere una persona che si comporta sempre e solo secondo coscienza. Ma ripeto, non sono un santo né m’importa di esserlo, poiché io non so proprio cosa voglia dire.

Quel tipo dell'altra sera, Domenico, mi ha fatto sbronzare o io ho fatto sbronzare lui, non lo so. Meno male, altrimenti avrei potuto presentarmi subito per come reagisco a certe cose, per esempio come uno che non tollera chi si comporta male con le donne: in galera ci finii anche per questo.

Per esempio quella sua amica che mi ha presentato è vero che è una prostituta, ma, se non mi fossi tenuto un po' a freno quando dei tizi hanno fatto i cretini con lei in quel locale del cazzo, avrei potuto alzarmi subito a fargli passare la voglia di scherzare… Bellina, davvero, e intelligente pure. Per me ha anche studiato e, credo, più di me. E mi sono sentito vicino a lei in qualche modo, lei, e quel locale fottuto insieme, mi hanno ricordato un'esperienza giovanile di cui non vado tanto fiero: mi stavo per prostituire anch'io, per due settimane della mia vita o, se non altro, ho pensato di farlo.

Davvero l’avrei fatto, ed è sorprendente che riesca a confessarmelo qui, oggi… Ma tant'è, ero giovane e sfacciato e volevo restare a Roma a tutti i costi in quel periodo e mi piacevano da morire le donne, come adesso, ma mi servivano anche dei soldi. Che fare, allora?

Decisi di restare da un'amica che era innamorata di me, in cambio di temporaneo aiuto. Nella mia testa avevo programmato di farmi conoscere da donne sui quaranta o cinquant'anni, che fossero ben tenute, e di offrire la mia compagnia: tecnicamente, accompagnatore con servizio di sesso a pagamento.

Sta di fatto che una sera presi a frequentare insieme a quest'amica - e ad altre due donne conosciute in un bar del centro di Roma - un club di cui taccio il nome, ubicato in una piazzetta dietro la festosa piazza Navona. Trasudavo spavalderia da tutti i pori e gli sguardi che lanciavo intorno a me erano inequivocabili, almeno fin tanto che non mi accorsi, dopo una più attenta panoramica, che… Sangue di Garibaldi! Erano tutte delle anziane… Gesù, e anche ormonalmente agguerrite!

Ebbi un attimo di sconcerto e credo di essermi trasformato nell'immagine dello spavento puro, allorché mi figurai mentre cercavo di scoparmi quelle nonne. E dovetti davvero trasformarmi poiché a un certo punto una già ben matura signora, agghindata in maniera che lasciava pochi dubbi sulle sue intenzioni, dopo un'oretta buona in cui mi ero messo mio malgrado al centro dell'attenzione, ruppe il silenzio che aveva contraddistinto lei sola tra la totalità delle presenti. Aveva occhi felini e modi suadenti di chi nella vita aveva bevuto troppo, amato troppo, visto troppo (e mi scusasse mr. Bukowski per avergli rubato questa frase).

<< A' regazzì! >> mi chiamò rimanendo seduta sul divano con le cosce accavallate. Mi voltai interrogativamente e lei mi fece cenno di avvicinarmi.

<< Ci siamo >> mi dissi, preoccupato e vanitoso insieme. E ci andai.

Con calma, lei si alzò dal divanetto e m’inchiodò con il suo sguardo da pantera. << Quant'anni c'hai? >> mi chiese con voce morbida e calda.

<< Venticinque >> risposi ostentando un sorriso.

<< Bene, regazzì. Venticinque. E dimmi: quanti anni ho io secondo te? >>

<< Non lo so… Diciotto forse? >> provai a blandirla. Ma lei non vi badò, né cambiò espressione del viso.

<< Io c'ho settantacinque anni. Me so' sposata due volte, tra un mese mi sposo la terza. E sai perché? >>

<< No >>.

<< Perché bisogna sempre ricominciare daccapo, e il quando nun lo sai mai. Tra un mese mi risposo e ricomincio daccapo >>.

<< Ah, però! >> mi congratulai.

<< E tu ‘o sai che significa che devi fa'? Mo' te ne vai a casa e te fai ‘na bbella dormita. Domattina, quanno te arzi, te metti davanti allo specchio e te guardi in faccia, e te devi da di': ho venticinque anni e da oggi ricomincio daccapo >>.

Non l'avevo mai vista né conosciuta, le mie compagne di quella sera idem. Mi disse solo quelle parole e un "mo' vatte' a divertì" di congedo. Quelle parole non le ho scordate mai e, senza sapere il perché, il giorno dopo preparai le valigie e me ne tornai a casa su al nord, come se fossi ancora ipnotizzato da quella donna matura e sconosciuta. Abbandonai ovviamente le originarie velleità di vita dissoluta e ciò che lei mi disse quella notte divenne un mio mantra che continuo a recitarmi, con qualche riscontro tangibile.

Da oggi ricomincio daccapo, perché a quasi quarant’anni - non venticinque, come ho millantato quella sera - so per certo che nella vita non si smette mai di ricominciare daccapo e quando succede, davvero, non lo si può immaginare mai.

Se quella sera mi fosse sfuggito quell'imperativo imprevisto, sarei andato incontro a esperienze disgustose, ora me ne rendo conto. In primis avrei sfruttato, inconsapevole ma colpevole, un'amica che mi ha solo voluto del bene; in secundis, mi sarei dovuto far crescere del gran pelo sullo stomaco. Grazie alla sconosciuta di allora, ho evitato di avere oggi un motivo in più per farmi schifo. Eppure non ho mai saputo per quale ragione lei avesse deciso di rivolgermi quelle parole. Dentro di me le porto la riconoscenza più pura.

Questo è un episodio che avrei fatto ben volentieri a meno di ricordare, ma fa capire come mai io rispetto maggiormente le prostitute ‘dichiarate' piuttosto che le moltitudini di ‘brave mogli e madri' che si concedono in spose più per assicurarsi una tranquillità economica che per amore. E’ come se si vendessero, con l'aggravante dell'estrema ipocrisia verso i consorti e i parenti tutti. E sono solo patetiche schiave di loro stesse.

Quindi, ho ammirato quella Giulia perché portava avanti la sua vita a testa alta e senza ipocrisie e, almeno un poco, mi sono sentito di capirla senza saper bene il perché.

Di Domenico vi parlerò più avanti, forse. Lo avrei incontrato due sere più tardi a cenare da Renato e ricordai più volte anche a lui, durante la nostra conoscenza, le parole di quella sconosciuta.

Per ora vi racconto solo che andai nella trattoria di Renato un altro paio di volte e ancora v’incontrai Domenico. Di nuovo bevemmo insieme, di nuovo chiacchierammo di tutto e niente, poiché mi toccava essere ancora evasivo rispetto al mio passato (e il termine ‘evadere' usato da me mi fa un po' ridere, dato che sono davvero evaso, o ho provato a farlo, due o tre volte!).

Non ripetei la performance alcolica della prima volta, innanzitutto perché non ne avevo voglia, ma fondamentalmente perché nel corso degli anni ho iniziato a nutrire un non so che di avverso nei confronti delle esagerazioni in genere, e di chi regge male l'alcol in particolare. Domenico non andava mai oltre, ma notai che oltre a bere parecchio si teneva sempre su un livello costante: lo dicevano gli occhi acquosi e l'alito fresco di bevuta, i movimenti quasi rallentati e gli sbalzi di umore repentini. Notai anche che gli faceva difetto l'attenzione, aveva dei cali che non ritenevo caratteriali, in quanto alcuni tratti del suo modo di fare, che non sapevo ancora spiegarmi, mi dicevano che era una persona profondamente infelice.

Forse erano le camicie, fondamentalmente belle ma con polsini spiegazzati o lisi, dai quali faceva capolino sempre lo stesso orologio di plastica nero da poco prezzo, anche se il segno sul polso era più largo del cinturino, a testimoniare che d'abitudine ne usava, o ne aveva usato, uno diverso. Mi chiesi se non glielo avessero magari semplicemente rubato.

Fu la terza volta che lo incontrai a chiarirmi e confermarmi che aveva visto giorni migliori.

CAPITOLO 6

DICHIARAZIONE DI INFELICITA'

Domenico, o Mimmo come si fece chiamare da allora in avanti, pensò di poter considerare quel Dax una persona di fiducia per lasciarsi andare a un breve sfogo quella sera, anche se la sua presenza era stata pur sempre occasionale.

<< … E da quando decise di andarsene definitivamente, mi mollarono di colpo anche le forze >> Mimmo vuotò il bicchiere di vino tutto d'un fiato e riprese a raccontare con voce amara. << Sono crollato, il lavoro è andato in merda e ora sono disoccupato e mi sto pure riducendo in miseria. Berrei per dimenticare, ma l'effetto è solo quello di rincoglionirmi e, in fondo, riuscire a riposare qualche ora di notte o di giorno non mi fa più neppure differenza. Mi sto avvinazzando, ma probabilmente in questo momento va bene così >>.

<< Non saprei >> disse Dax scettico. << Hai almeno qualcuno che ti dia una mano? >>

<< No, tutti svaniti nel nulla, evaporati, dissolti come neve al sole. Caro mio, anche se sei giovane, sei sveglio: dovresti già sapere che quando va tutto bene, soprattutto se hai testa grinta e soldi, sono tutti amici e la famiglia ti adora. Se invece vai in merda, diventi noioso, incapace e insopportabile: un fallito >>.

<< E sei davvero così? Cioè, pensi di esserlo adesso? >>

<< Non ci penso. Può darsi. Anzi, sì >> Domenico beveva vino da poco prezzo, con molta probabilità a casa si beveva quello dei discount nei cartoni di tetrapak, l'orologio era forse stato venduto perché di valore e lui aveva bisogno di soldi. I suoi abiti erano maltenuti per trasandatezza e per la mancanza di una persona che venisse a occuparsi di lui ogni tanto, almeno nelle faccende domestiche, e che lui quasi di sicuro non poteva pagare. Questa fu la prima sintesi di Dax mentre la seconda fu che Mimmo era fortemente depresso. Ne rimase toccato, ma non per pietà né per compassione: semplicemente sapeva cosa significasse, l'aveva visto in amici e conoscenti più volte, anche in carcere quando a lunghe condanne si aggiungeva l'abbandono graduale di tutti gli affetti.

Quando si verificava questo, il soggetto tendeva il più delle volte a isolarsi e un bel mattino si sentiva trambusto nei pressi della sua cella, finché con poca discrezione veniva portato via: il corpo dell'ennesimo suicida, vittima della depressione secondo i medici, vittima dei medici che si erano disinteressati bellamente della sua depressione, secondo Dax.

Dentro di sé, comunque, lui era consapevole che qualcos'altro in quella vicenda lo stava smuovendo, in maniera profonda. Aveva perso degli amici in quel modo, ma soprattutto vi era passato attraverso, sì anche lui. Domenico stava affogando nello stesso fango in cui lui stesso aveva boccheggiato tanti anni prima.

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