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lunedì 11 maggio 2015

Estratto: Alethè, Federica Caglioni


Titolo: Alethè
Autore: Federica Caglioni
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Prologo

"La rugiada mattutina, limpida e fredda, ricopriva ancora gli steli d’erba del giardino, curato nei minimi dettagli, quando due scarpe lo scossero dalla sua tranquillità, percorrendo in fretta e furia il vialetto di pietra grigia. La pioggia battente, che aveva imperversato tutta la notte, aveva sciolto ciò che restava dell’ultima nevicata e aveva lasciato qua e là sul vialetto piccoli cumoli di neve, segno che la fine dell’inverno era ormai alle porte.
 Con passi piccoli e rapidi, un uomo dalla folta chioma rossa si avvicinò al portico, salì i due gradini e bussò delicatamente, controllando con una rapida occhiata l’auto da cui era appena sceso.
 La risposta non si fece attendere a lungo. La porta si aprì con un leggerissimo scricchiolio, rivelando una figura maschile, pallida, scheletrica e tutta disfatta.
 L’uomo che aveva aperto parve sorpreso della visita; si sistemò alla bell’e meglio, infilando i bordi della camicia nei pantaloni e ravvivandosi i capelli canuti, poi si fece da parte, aprendo del tutto la porta d’ingresso.
 «Non pensavo venissi» fu tutto ciò che disse al suo visitatore che, dopo un attimo di esitazione, si era infilato nel ristretto corridoio d’entrata.
 «Le avevo promesso di esserci» replicò, appoggiando la sciarpa sul braccio più basso dell’attaccapanni alla sua destra.
 Il padrone di casa lo guardò scettico, ma poi gli appoggiò una mano sulla spalla e la sfumatura sospettosa nei suoi occhi si trasformò in tristezza. «Ti sta aspettando»
 L’ospite annuì appena e senza aggiungere altro, si fiondò su per le scale, che occupavano tre quarti del corridoio, salendo i gradini due a due.
 Raggiunse il primo piano e con la stessa sicurezza con cui era salito, aprì la prima delle tre porte sulla destra.
 All’interno della camera spoglia e disadorna, seduta sul letto con la schiena appoggiata alla testata e sostenuta da due cuscini, lo aspettava una ragazza giovanissima, magra come un fuso, con un bel volto, candido come l’ultima neve che aveva visto ma segnato da profonde rughe di espressione, e gli occhi verdi, fissi sul nuovo venuto, circondati da occhiaie scure e pesanti. I capelli mossi, di un biondo paglierino, le ricadevano morbidi sulle spalle e sul collo, entrambi imperlati di sudore.
 Stringeva al seno, tra le braccia anemiche, una creatura appena nata, piccola e fragile, dai capelli rosso fuoco.
 L’uomo la raggiunse e si mise a sedere accanto a lei, accarezzandole la guancia. Uno strano contrasto, quello tra il colore della guancia di lei, bianca oltre ogni modo, e della mano di lui, resa più vivace dal cambio di temperatura tra l’interno e l’esterno.
 «Sei sempre bellissima» disse, seguendo il profilo del volto con il dorso della mano.
 «Sei venuto alla fine» replicò lei, in un sussurro. «Mi fa piacere» accennò un sorriso, debole quasi quanto la voce.
 «Come ti senti?»
 «Non ha importanza» mosse lentamente una mano per accarezzare la piccola schiena della bambina tra le sue braccia, indugiando sulla piccola voglia che segnava la scapola sinistra. «Edward vuoi prenderla in braccio?»
 Sentendosi chiamare per nome, l’uomo raddrizzò la testa di scatto.
 «Sophie…» esitò, guardando prima la ragazza poi la neonata.
 «Mi faresti felice» sorrise di nuovo per incoraggiarlo e delicatamente allontanò la bambina da sé, affidandola alle braccia di Edward.
 «Insieme siete carini» li guardò per un attimo ma poi appoggiò la testa sul cuscino e chiuse gli occhi. «Sono così stanca che potrei dormire per l’eternità. Non mi avevano avvertito che partorire fosse così sfiancante»
 Edward non replicò. La bambina aveva aperto le palpebre nel momento esatto in cui Sophie le aveva chiuse e osservava l’uomo che la teneva in braccio con gli occhi sgranati: erano verde smeraldo.
 «Non farla piangere per favore» la voce di Sophie era poco meno di un flebile sussurro.
 «Non è carino far piangere tua figlia»
 «Non puoi lasciarmi» il viso gli si coprì di lacrime. «Io non…»
 «Kelia perdona il tuo papà» lo interruppe, rivolgendosi direttamente alla bambina e non badando per niente a quello che Edward aveva detto. «Certe volte si dimentica di quanto sia speciale»
 La donna allungò una mano in direzione della figlia ma il gesto si bloccò a metà, interrotto da un lieve toc sulla porta.
 Edward si alzò, stando attento a non muovere troppo il piccolo corpicino che teneva tra le braccia. La bambina continuava a fissarlo incantata.
 Aprì la porta e con gesti lenti affidò la figlia alle mani esili della donna che aveva appena bussato. «Grazie Margaret» le disse, dopo che fu libero.
 La donna annuì con un breve cenno della testa, stringendo a sé la bambina che salutò il padre muovendo appena le dita minuscole.
 Quando fu di nuovo solo, richiuse la porta e tornò a sedersi sul letto, stringendo una mano di Sophie tra le sue.
 «Non devi essere triste» aprì gli occhi, identici a quelli della figlia. «Lo sapevamo fin dall’inizio»
 «È tutta colpa mia Sophie» si chinò su di lei, appoggiando la fronte sulle coperte ruvide. Sophie posò entrambe le mani sulla testa di Edward e gli mosse i capelli.
 «Abbi cura di lei» gli disse in un sussurro, mentre le braccia le ricadevano sulle lenzuola, prive di vita.
 Edward la strinse forte, raddrizzando la schiena e trascinando con sé il corpo inerme di Sophie, le cui braccia ciondolavano all’indietro come un peso morto. Affondò il volto coperto di lacrime nell’incavo del suo collo e delicatamente iniziò ad accarezzarle i capelli.
 Il corpo di Sophie divenne freddo quasi subito e Edward, dopo averla baciata per l’ultima volta, fu costretto ad alzarsi. Le mise la sua giacca e poi la prese in braccio.
 Uscì dalla stanza e lentamente scese la scala di legno, ritornando nel piccolo ingresso, dove lo aspettavano l’uomo che lo aveva fatto entrare e la donna che aveva preso la bambina.
 «Dove la porti?» il padrone di casa si mise di fronte a Edward per impedirgli di passare, con le braccia incrociate al petto e lo sguardo severo.
 «Non ti riguarda Alfred» rispose atono.
 «È mia figlia quella che tieni tra le braccia» per un attimo nei suoi occhi brillò una scintilla di odio ma cercò di tenerla a freno contraendo tutti i muscoli del corpo. «Mi riguarda più di quanto immagini»
 Edward, come se non avesse parlato nessuno, fece un passo avanti ma l’altro non spostò.
 «Fammi passare» gli disse sempre più inespressivo.
 «No, finché non mi dici cosa hai intenzione di fare»
 «Con cosa?» replicò secco e impassibile.
 Alfred lo guardò storto, ma dopo alcuni attimi ci rinunciò. «Sappi che se adesso te ne vai, finché vivo, non ti permetterò di rimettere piede in questa casa o di vederla»
 Margaret sussultò appena ma Edward non sembrò né sorpreso né intimidito da ciò che gli aveva detto.  Uno sguardo assente fu l’unica risposta che Alfred ricevette.
 «Solo un’ultima cosa: perché?» insistette, appoggiandogli una mano sulla sua spalla, proprio vicino al volto della figlia, e piegando leggermente la testa di lato per guardarlo dritto negli occhi.
 «Perché Sophie era l’unica di cui m’importava, tutto il resto non ha valore»
 Alfred scostò la mano e si allontanò. «Allora non farti più vedere» non c’era odio nella sua voce, soltanto delusione.
 Edward annuì e si diresse verso la porta, che oltrepassò senza guardarsi indietro.
 Quando furono certi che il ragazzo si fosse allontanato per sempre, Alfred e Margaret si scambiarono un’occhiata furtiva.
 «Non avresti dovuto lasciarlo andare» lo rimproverò, stringendosi nelle braccia.
 «Sua figlia non ha bisogno di un fantasma per vivere! Se Edward vuole annegare la propria vita nei ricordi, sono affari suoi» cercò di mantenere un tono risoluto ma la voce gli si incrinò. «Sophie ha voluto che accadesse e io rispetterò le sue scelte»
 Margaret annuì, abbandonando sconsolata le braccia lungo i fianchi. «Non ha più nessuno» sentenziò alla fine, mettendosi di fronte ad Alfred.
 «Ti sbagli. Ci sono io»
 Margaret rise amareggiata. «Non resisterai a lungo con una neonata»
 «Lo vedremo» e così dicendo si avviò al piano di sopra.
 Nulla gli avrebbe impedito di mantenere la promessa che aveva appena fatto a se stesso e per il bene di Kelia doveva tenere lontano da lei qualsiasi tipo di notizia riguardasse suo padre."

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